L'area marina
Un connubio di storia e natura
L'Area Marina Protetta di Portofino è un'area di eccezionale valore naturalistico e storico, strategicamente posizionata attorno all'omonimo promontorio, nella parte orientale della città metropolitana di Genova, in Liguria. La sua giurisdizione si estende sui territori dei comuni di Camogli, Portofino e Santa Margherita Ligure. L'istituzione formale di questa zona protetta è avvenuta con un decreto del Ministero dell'Ambiente il 26 aprile 1999, riconoscendone ufficialmente l'importanza ecologica.
La gestione di quest'area vitale è affidata a un consorzio dedicato, che include rappresentanti dei tre comuni interessati, della Città Metropolitana di Genova e, in modo cruciale, dell'Università degli Studi di Genova. Questa struttura collaborativa, che integra l'esperienza scientifica con la governance locale, è fondamentale per una gestione efficace e sostenibile di un'area che vanta sia un elevato pregio naturalistico sia significative attività socioeconomiche. Il coinvolgimento universitario assicura che le politiche di conservazione siano basate su solide ricerche scientifiche, mentre la partecipazione delle amministrazioni comunali facilita l'ingaggio delle comunità locali e un bilanciamento tra gli obiettivi di conservazione e le esigenze di residenti e attività economiche, come il turismo e la pesca.
È qui che si trova l'iconica statua bronzea del Cristo degli Abissi. La zona C, lungo entrambi i lati del promontorio, offre la maggiore flessibilità per le attività umane, consentendo immersioni e balneazione in generale, sebbene con limitazioni specifiche volte alla salvaguardia ambientale, e la pesca sportiva regolamentata.
Questa zonazione a più livelli è uno strumento strategico che bilancia pragmaticamente la protezione ecologica con le esigenze delle attività umane, riconoscendo le diverse sensibilità degli habitat marini e le diverse esigenze degli utenti.
L'AMP di Portofino gode di importanti riconoscimenti internazionali, essendo stata designata come Area Specialmente Protetta di Interesse Mediterraneo (ASPIM) e sito di Ricerca Ecologica a Lungo Termine (LTER). Queste qualifiche sottolineano la sua rilevanza ecologica e il suo ruolo come punto di riferimento scientifico.
L'area protetta si estende su 346 ettari ed è meticolosamente suddivisa in tre zone di salvaguardia distinte: la zona A, che include Cala dell'Oro, impone le restrizioni più severe, proibendo navigazione, sosta, accesso, balneazione, pesca e immersioni, con eccezioni solo per soccorso e ricerca scientifica; la zona B, che si estende da Punta del Faro a Punta Chiappa (esclusa San Fruttuoso), consente un'interazione più regolamentata, permettendo la pesca sportiva per i residenti e le immersioni subacquee per centri autorizzati e privati, oltre all'apnea e alla balneazione libera.
L'ambiente
Il promontorio di Portofino è una struttura geologica unica, formata da conglomerati e flysch del Monte Antola, con alte falesie, insenature nascoste e fondali variegati.
La sua morfologia frastagliata e l’esposizione ai venti lo rendono un ecosistema dinamico e fragile, costantemente modellato dalle forze naturali.
Questa struttura geologica, con strati rocciosi che si immergono costantemente verso sud-sud-est, è caratterizzata da una "tettonica fragile deformativa" che ha plasmato le sue ripide scogliere, le valli intricate e i profili costieri variegati. Il paesaggio è dinamicamente modellato dall'interazione di gravità, acque correnti e azione delle onde marine.
I ripidi versanti sono soggetti a frane e cadute di massi, riattivati da piogge intense e dall'erosione marina. I numerosi corsi d'acqua torrentizi trasportano detriti, generando colate detritiche.
La costa è dominata da alte scogliere attive, costantemente scalzate dall'azione delle onde, in particolare nel settore sud-occidentale esposto al Libeccio. Questa instabilità geologica, sebbene crei paesaggi unici, richiede un monitoraggio continuo per la gestione dell'AMP.
I fondali ospitano habitat tra i più ricchi del Tirreno settentrionale: scogliere sommerse, praterie di Posidonia, biocenosi coralligene e pareti verticali colorate da gorgonie rosse e gialle.
La biodiversità dell’AMP è straordinaria. Oltre 800 specie marine popolano queste acque, tra cui:
- Cernie brune, murene, scorfani, aragoste, paguri, nudibranchi e polpi.
- Delfini, tartarughe marine Caretta caretta, e avvistamenti stagionali di balenottere.
- Tra i coralli, spicca il Corallium rubrum, bioindicatore di un ecosistema sano.
La terraferma ospita macchia mediterranea, capre selvatiche, cinghiali e numerose specie migratorie. I cieli sopra il promontorio sono dominio di rapaci, come il falco pellegrino.
L'archeologia
Il mare di Portofino non è solo bellezza naturale: è anche un archivio sommerso. Già abitato in epoca protostorica dai Tigullii, in età romana era noto come Portus Delphini.
Plinio il Vecchio lo cita nella sua Naturalis Historia, e il nome rimane ancora oggi nello stemma comunale, con un delfino che nuota sotto un castello.
La storia del villaggio include la sua donazione all'Abbazia di San Fruttuoso di Camogli nel 986 e la riuscita difesa da un assalto della flotta navale pisana nel 1072. Dal 1229, Portofino divenne parte integrante della Repubblica di Genova, fungendo da rifugio cruciale per la marina mercantile genovese.
Il XV secolo vide il villaggio subire diversi cambiamenti amministrativi, essendo brevemente venduto a Firenze e governato da influenti famiglie feudali come i Fregoso e gli Spinola, riflettendo la sua importanza strategica.
Tra i principali monumenti storici sul promontorio si annoverano la Chiesa del Divo Martino, antica struttura del X secolo, il Castello Brown (ex fortezza di San Giorgio), le cui origini risalgono a una torre di avvistamento del II-III secolo d.C. e il castello stesso al X secolo, l'Abbazia Cervara, originariamente "Silvaria" (da 'silvas', boschi), e l'Eremo di Sant'Antonio di Niasca, risalente al XIII secolo.
Sotto la superficie, archeologi e subacquei hanno documentato numerosi relitti e reperti storici:
- Il Cristo degli Abissi, statua bronzea collocata nel 1954 a 17 metri di profondità, nella baia di San Fruttuoso: icona spirituale e simbolo della protezione del mare.
- Relitti moderni come il Mohawk Deer (nave mercantile), il Genova, l’UJ 2207 (cargo armato) e il Colosso, oggi meta di immersioni tecniche.
- Presso il sito “Chiesa di Portofino”, è stato individuato recentemente materiale archeologico che ha portato alla creazione di un’area interdetta alla navigazione e alla pesca, a tutela delle nuove scoperte.
A circa 55 metri di profondità, nelle acque della AMP Portofino giace un relitto di imbarcazione romana scoperto nel 2018 da un gruppo di subacquei sportivi.
Il relitto, lungo circa dieci metri, trasportava un carico di anfore galliche di tipologia poco comune, probabilmente provenienti dalla zona di Fréjus (l’antica Forum Iulii). Queste anfore, più tozze e panciute rispetto alle classiche anfore italiche a punta, erano destinate al trasporto di merci via terra o su rotte costiere, indicando una rete commerciale regionale tra la Gallia meridionale e la Liguria romana.
Si tratta di un ritrovamento eccezionale, poiché testimonia forme di commercio minore e quotidiano, meno documentate dalle fonti storiche ma fondamentali per comprendere la vita economica del Mediterraneo romano.
Le attività di Amphitrite
Il sito del relitto romano è stato al centro di un’importante campagna di scavo coordinata dalla Soprintendenza Nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Genova e La Spezia e con il supporto del Nucleo Subacqueo dei Carabinieri di Genova, supportati dalla ditta specializzata in lavori in acqua Drafin Sub.
Operare a 55 metri di profondità richiede un’elevata specializzazione tecnica e logistica. Ogni immersione è pianificata al minuto: 10–15 minuti di lavoro sul fondo per gli archeologi, seguiti da lunghe fasi di decompressione. Per garantire continuità allo scavo, le squadre di palombari, tecnici e archeologi si alternano in undici turni giornalieri, sfruttando le rare finestre di condizioni meteo favorevoli.
Il sito è stato perimetrato con una griglia di 6x3 metri, suddivisa in settori di 1,5 metri. Questa metodologia, introdotta per la prima volta negli anni ’50 da Nino Lamboglia, padre dell’archeologia subacquea italiana, viene oggi aggiornata con strumenti digitali e rilievi fotogrammetrici tridimensionali. Il classico fotomosaico lascia così spazio a modelli 3D dettagliati, elaborati successivamente in laboratorio e utilizzabili per studi metrici, analisi di deposizione e ricostruzioni virtuali.
Lo scavo vero e proprio avviene con sorbona aspirante, una sorta di aspiratore subacqueo che consente di rimuovere il sedimento in modo controllato. Il fango e i frammenti aspirati vengono filtrati in crivelli sospesi a mezz’acqua, dove vengono recuperati piccoli reperti e frammenti ceramici di grande interesse per la datazione del relitto.
Durante lo scavo, le anfore sono state progressivamente liberate dal sedimento compatto e messe in sicurezza. Ogni esemplare è stato documentato, numerato e portato in superficie per le successive analisi e il restauro. Il recupero è stato possibile grazie al coordinamento costante tra archeologi, tecnici e militari, in una perfetta sinergia tra ricerca e tutela.
Al termine delle operazioni, l’area è stata messa in sicurezza con protezioni temporanee per prevenire saccheggi o danneggiamenti, garantendo così la conservazione del sito in attesa di futuri studi.
Oltre allo scavo stratigrafico tradizionale, la missione svolta nel 2024 ha utilizzato strumenti all’avanguardia:
- rilievi fotogrammetrici 3D con camere ad alta definizione;
- rilievi acustici multibeam per la mappatura topografica del fondale;
- modellazione digitale e ricostruzione virtuale del relitto e del suo contesto.
I dati acquisiti vengono integrati in modelli tridimensionali metrici, che consentono misure precise e studi comparativi con altri relitti mediterranei. Il rilievo digitale permette inoltre di conservare virtualmente lo stato del sito, anche in caso di danneggiamento naturale o antropico, e di creare esperienze immersive di realtà virtuale per la divulgazione al grande pubblico.
L’archeologia subacquea, nata proprio in Liguria grazie a Nino Lamboglia, torna così a essere un campo di innovazione scientifica e tecnologica. Le attività svolte nella AMP Portofino non solo hanno contribuito ad ampliare le conoscenze sul commercio antico, ma dimostrano come la tutela e la ricerca possano andare di pari passo con la divulgazione e la fruizione sostenibile.




